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![]() Barra di navigazione: Castel Sismondo > La Signoria dei Malatesta Durante il tardo impero, Rimini era una città fiorente, ricca: di edifici, empori e con un porto assai efficiente, nel 331 con l’arrivo del Cristianesimo le fu dato un Vescovo e nel 339 ospitò un Concilio indetto dall’imperatore Costanzo, ma non riconosciuto dalla Chiesa. Dopo le invasioni barbariche da parte di Alamanni, Visigoti e Goti, Rimini entrò a far parte della Pentapoli marittima bizantina e fu governata da un duca, nel 756 divenne parte dello Stato della Chiesa per effetto di una donazione del re franco Pipino il breve. Nel 1348 la peste nera ridusse di un terzo la popolazione di Rimini, ad essa scamparono i nuovi signori della città: i guelfi Malatesta, che verso la fine del Duecento se ne impadronirono. Un’accorta politica matrimoniale oltre che attraverso operazioni militari, permise ai Malatesta di allargare la loro sfera di influenza e annettere nuovi territori di conquista nelle Marche, arrivando ad Ancona e ad Ascoli Piceno. Questo allarmò il governo Papale, che fu costretto a riconoscere la Signoria dei Malatesta ufficialmente come vicari, ma limitandone i domini nella Romagna fino a Cesena, nelle Marche fino a Fano. La famiglia, che tanta importanza ebbe dunque per la storia di Rimini e del suo territorio presubilmente ha origini da Pennabilli o da Verucchio, entrambe le città sorgono nella Vallata del Marecchia. Certamente fu Giovanni Malatesta signore di Verucchio, che ottenne la cittadinanza riminese stabilendosi in città nel 1216. Questi appoggiato dalla Chiesa si inserì con violenza nella contesa fra guelfi e ghibellini, sconfiggendoli nel 1295. Malatesta da Verucchio ebbe molti figli fra cui ricordiamo: Giovanni, detto Gianciotto lo Sciancato, che sposò con matrimonio puramente diplomatico Francesca della famiglia da Polenta di Ravenna, Paolo detto il Bello, protagonista della tragica storia d’amore ricordata da Dante nell’Inferno, Malatestino dell’Occhio, che gli succedette per diritto dal 1312 al 17 e Pandolfo II, che succedette al fratello dal 1317 al 26, abile condottiero contro i ghibellini. Nel 1334 Farrentino, figlio di Malatestino, fu deposto e i figli del fratello Pandolfo: Galeotto e Malatesta il Guastafamiglia, furono riconosciuti legittimi padroni della città a vita e in via ereditaria. A capo della Signoria quindi succedette prima Galeotto e poi il di lui figlio Carlo nel 1385. Carlo Malatesta fu un ottimo capitano, fu condottiero di Gian Galeazzo Visconti, un autorevole protettore-ospite del legittimo Pontefice, Gregorio XII ed ebbe una parte importante durante il grande scisma d’Occidente. Sotto il dominio del saggio Carlo Malatesta, sul finire del Trecento, Rimini ebbe il periodo più florido. Carlo diede inizio ad un periodo relativamente tranquillo, non avendo figli adottò i tre figli del fratello Pandolfo III. Uno dei figli era il figlio illegittimo Sigismondo Pandolfo nato a Brescia da Antonia Barignano il19 giugno 1417, ma riconosciuto dal papa. Sigismondo Pandolfo rimasto orfano all’età di 10 anni, Sigismondo con i fratelli Galeotto Roberto e Domenico venne a Rimini. Nel 1429 Carlo morì, Galeotto Roberto ereditò la Signoria, che poi lasciò al giovanissimo sedicenne Sigismondo, abile e ambizioso condottiero. Nel 1433 il Malatesta fu creato cavaliere dal vecchio imperatore Sigismondo di Lussemburgo, passato per Rimini di ritorno da Roma. Nel 1434 sposò Ginevra, figlia di Niccolò d'Este. Sigismondo, che aveva mostrato precocissime attitudini militari, divenne uno dei più abili e valorosi capitani delle armi pontificie e fu nominato gonfaloniere della Santa Sede. Fu un grande raffinato uomo del Rinascimento, creando una corte umanistica ricca di letterati, poeti, artisti e intellettuali seguì l’esempio delle signorie di Milano, di Ferrara e di Venezia. Costruì un grande Castello-reggia a cui diede il suo nome “Castel Sismondo”, l’incarico fu dato nel 1438 a Filippo Brunelleschi, che si fermò a Rimini per due mesi, ricostruì la città di Senigallia e tutte le strutture difensive del territorio. Nel 1440, morta Ginevra, Francesco Sforza offrì a Sigismondo la mano della figlia Polissena. Nel 1444, al termine di una brillante campagna militare, conquistò Senigallia e Mondavio. Nel 1447, per un ritardo nel pagamento degli stipendi, abbandonò Alfonso d'Argona, di cui era al soldo, e passò al servizio di Firenze. Il voltafaccia gli procurò molti nemici, che lo esclusero dai benefici della pace di Lodi nel 1454. Nel 1448 Polissena era morta; Sigismondo, che fin dal 1446 aveva una relazione con la giovanissima Isotta degli Atti, finalmente potè renderla nota e nel 1456 Sigismondo e Isotta si sposeranno. Nel 1449 iniziarono i lavori di radicale rifacimento dell'interno della chiesa duecentesca di San Francesco, il futuro Tempio Malatestiano. Per l’interno diede la commissione a Matteo de’ Pasti: di gusto gotico, mentre Agostino di Duccio l’arricchì con marmi, decorazioni, stemmi sculture e Piero della Francesca con un affresco. La trasformazione della Chiesa fu origine di un “voto” fatto da Sigismondo durante le Guerre Italiche, che lo vide vincitore nel 1447 contro Alfonso d’Aragona in Toscana. Sia l’interno gotico che l’esterno umanistico furono scelti per celebrare Sigismondo e la dinastia Malatestiana. Gli anni successivi al 1450 costituirono il momento di maggior splendore della corte di Sigismondo, che - da intelligente e generoso mecenate - si circondò di artisti e intellettuali di fama: l'Alberti, appunto, e inoltre Piero della Francesca, Agostino di Duccio, Matteo dè Pasti, Roberto Valturio, Basinio di Parma e numerosi altri. Nel 1459 salì al soglio pontificio Pio II, da tempo ostile a Sigismondo, che al congresso di Mantova gli impose umilianti condizioni. Ferito nell'orgoglio, Sigismondo si ribellò al papa, che nel 1460 lo scomunicò, incolpandolo dei più abietti misfatti e si alleò con Federico da Montefeltro, il nemico mortale del Malatesta e Alfonso d’Aragona. Stritolato dalla coalizione, Sigismondo fu privato di tutti i suoi domini e conservò la sola città di Rimini. Nel 1464 andò in Morea, a combattere contro i Turchi; tornò in patria nel 1466, alla morte di Pio II, ammalato e prostrato. Morì il 7 ottobre 1468 e fu sepolto nel Tempio Malatestiano, che le vicissitudini degli ultimi anni non gli avevano permesso di completare. Nel 1468 dopo la morte di Sigismondo Pandolfo, il figlio Roberto il Magnifico riuscì a ottenere la pace con Federico da Montefeltro sposandone la figlia Elisabetta, purtroppo morì e al comando sale Pandolfo IV, detto Pandolfaccio, che sconfitto nuovamente dalle truppe papali dovette abbandonare per sempre la città, visse in povertà a Ferrara gli ultimi giorni della sua vita sotto la protezione del duca Alfonso d’Este, morì nel 1534 a Roma e fu sepolto nella Chiesa di Santa Maria in Trastevere. |
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